Overblog Segui questo blog
Edit post Administration Create my blog

NON SI DEVE AVER PAURA DI DIPENDERE SOLO DALLA TENEREZZA DI DIO. One must not be afraid of depending only on His tenderness.  Il ne faut pas avoir peur de dépendre seulement de Sa tendresse. No hay que tener miedo de depender sólo de Su ternura. (Card. Bergoglio).
NON SI DEVE AVER PAURA DI DIPENDERE SOLO DALLA TENEREZZA DI DIO. One must not be afraid of depending only on His tenderness.  Il ne faut pas avoir peur de dépendre seulement de Sa tendresse. No hay que tener miedo de depender sólo de Su ternura. (Card. Bergoglio).NON SI DEVE AVER PAURA DI DIPENDERE SOLO DALLA TENEREZZA DI DIO. One must not be afraid of depending only on His tenderness.  Il ne faut pas avoir peur de dépendre seulement de Sa tendresse. No hay que tener miedo de depender sólo de Su ternura. (Card. Bergoglio).NON SI DEVE AVER PAURA DI DIPENDERE SOLO DALLA TENEREZZA DI DIO. One must not be afraid of depending only on His tenderness.  Il ne faut pas avoir peur de dépendre seulement de Sa tendresse. No hay que tener miedo de depender sólo de Su ternura. (Card. Bergoglio).
NON SI DEVE AVER PAURA DI DIPENDERE SOLO DALLA TENEREZZA DI DIO. One must not be afraid of depending only on His tenderness.  Il ne faut pas avoir peur de dépendre seulement de Sa tendresse. No hay que tener miedo de depender sólo de Su ternura. (Card. Bergoglio).NON SI DEVE AVER PAURA DI DIPENDERE SOLO DALLA TENEREZZA DI DIO. One must not be afraid of depending only on His tenderness.  Il ne faut pas avoir peur de dépendre seulement de Sa tendresse. No hay que tener miedo de depender sólo de Su ternura. (Card. Bergoglio).NON SI DEVE AVER PAURA DI DIPENDERE SOLO DALLA TENEREZZA DI DIO. One must not be afraid of depending only on His tenderness.  Il ne faut pas avoir peur de dépendre seulement de Sa tendresse. No hay que tener miedo de depender sólo de Su ternura. (Card. Bergoglio).
NON SI DEVE AVER PAURA DI DIPENDERE SOLO DALLA TENEREZZA DI DIO. One must not be afraid of depending only on His tenderness.  Il ne faut pas avoir peur de dépendre seulement de Sa tendresse. No hay que tener miedo de depender sólo de Su ternura. (Card. Bergoglio).NON SI DEVE AVER PAURA DI DIPENDERE SOLO DALLA TENEREZZA DI DIO. One must not be afraid of depending only on His tenderness.  Il ne faut pas avoir peur de dépendre seulement de Sa tendresse. No hay que tener miedo de depender sólo de Su ternura. (Card. Bergoglio).NON SI DEVE AVER PAURA DI DIPENDERE SOLO DALLA TENEREZZA DI DIO. One must not be afraid of depending only on His tenderness.  Il ne faut pas avoir peur de dépendre seulement de Sa tendresse. No hay que tener miedo de depender sólo de Su ternura. (Card. Bergoglio).

NON SI DEVE AVER PAURA DI DIPENDERE SOLO DALLA TENEREZZA DI DIO. One must not be afraid of depending only on His tenderness. Il ne faut pas avoir peur de dépendre seulement de Sa tendresse. No hay que tener miedo de depender sólo de Su ternura. (Card. Bergoglio).

Il nome di Francesco, la regola di sant'Ignazio e l'esempio di Giona.

Il nuovo papa dice come e perché ha scelto di chiamarsi come il santo di Assisi. Ma si è già richiamato anche al fondatore della Compagnia di Gesù. E come il profeta, vuole predicare alla moderna Ninive il perdono di Dio. Un'intervista rivelatrice. Sandro Magister.

ROMA, 16 marzo 2013 – Ai seimila giornalisti che questa mattina gremivano l'aula delle udienze, Jorge Mario Bergoglio ha dato una notizia di prima mano.
Ha raccontato come e perché gli è venuto in mente di scegliere come papa il nome di Francesco, proprio mentre in conclave i voti cadevano su di lui:
"Nell’elezione, io avevo accanto a me l’arcivescovo emerito di San Paolo e anche prefetto emerito della congregazione per il clero, il cardinale Claudio Hummes: un grande amico, un grande amico! Quando la cosa diveniva un po’ pericolosa, lui mi confortava. E quando i voti sono saliti a due terzi, viene l’applauso consueto, perché è stato eletto il papa. E lui mi abbracciò, mi baciò e mi disse: 'Non dimenticarti dei poveri!'. E quella parola è entrata qui: i poveri, i poveri. Poi, subito, in relazione ai poveri ho pensato a Francesco d’Assisi. Poi, ho pensato alle guerre, mentre lo scrutinio proseguiva, fino a tutti i voti. E Francesco è l’uomo della pace. E così è venuto il nome, nel mio cuore: Francesco d’Assisi. È per me l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato; in questo momento anche noi abbiamo con il creato una relazione non tanto buona, no? È l’uomo che ci dà questo spirito di pace, l’uomo povero... Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!".
E ha chiuso così:
"Dopo, alcuni [cardinali] hanno fatto diverse battute. 'Ma tu dovresti chiamarti Adriano, perché Adriano VI è stato il riformatore, bisogna riformare…'. E un altro mi ha detto: 'No, no: il tuo nome dovrebbe essere Clemente'. 'Ma perché?'. 'Clemente XV: così ti vendichi di Clemente XIV che ha soppresso la Compagnia di Gesù!'".
Per ironia della sorte Clemente XIV, il papa che nel Settecento chiuse l'ordine dei gesuiti al quale Bergoglio appartiene, era francescano.
Papa Francesco, nelle sue prime giornate da papa, non ha mancato però di richiamarsi anche al fondatore del suo ordine, sant'Ignazio di Loyola.
Il 15 marzo, nella messa che ha celebrato di prima mattina nella cappella della Domus Sanctae Martae assieme ad alcuni cardinali, ha improvvisato una breve omelia.
E in essa ha citato sant'Ignazio là dove nelle regole del discernimento consiglia che “nel tempo della desolazione non si facciano mai mutamenti, ma si resti saldi e costanti nei propositi e nelle decisioni che si avevano nel tempo della consolazione”.
Altrimenti – ha aggiunto –, se si cede e ci si allontana, quando il Signore torna a rendersi visibile "rischia di non trovarci più"...

Ma oltre a Francesco d'Assisi e a sant'Ignazio, nel "cielo" di Jorge Mario Bergoglio brilla anche il profeta Giona.
In un'intervista del 2007 alla rivista internazionale "30 Giorni", molto rivelatrice di come egli vede la sua missione di pastore della Chiesa, l'allora arcivescovo di Buenos Aires chiese improvvisamente all'intervistatrice, Stefania Falasca:
"Conosce l’episodio biblico del profeta Giona?".
"Non lo ricordo. Racconti", rispose l'intervistatrice.
E Bergoglio:
"Giona aveva tutto chiaro. Aveva idee chiare su Dio, idee molto chiare sul bene e sul male. Su quello che Dio fa e su quello che vuole, su quali erano i fedeli all’Alleanza e quali erano invece fuori dall’Alleanza. Aveva la ricetta per essere un buon profeta. Dio irrompe nella sua vita come un torrente. Lo invia a Ninive. Ninive è il simbolo di tutti i separati, i perduti, di tutte le periferie dell’umanità. Di tutti quelli che stanno fuori, lontano. Giona vide che il compito che gli si affidava era solo dire a tutti quegli uomini che le braccia di Dio erano ancora aperte, che la pazienza di Dio era lì e attendeva, per guarirli con il suo perdono e nutrirli con la sua tenerezza. Solo per questo Dio lo aveva inviato. Lo mandava a Ninive, ma lui invece scappa dalla parte opposta, verso Tarsis".
"Una fuga davanti a una missione difficile?", chiese l'intervistatrice.
"No. Quello da cui Giona fuggiva non era tanto Ninive, ma proprio l’amore senza misura di Dio per quegli uomini. Era questo che non rientrava nei suoi piani. Dio era venuto una volta, 'e al resto adesso ci penso io': così si era detto Giona. Voleva fare le cose alla sua maniera, voleva guidare tutto lui. La sua pertinacia lo chiudeva nelle sue strutturate valutazioni, nei suoi metodi prestabiliti, nelle sue opinioni corrette. Aveva recintato la sua anima col filo spinato di quelle certezze che invece di dare libertà con Dio e aprire orizzonti di maggior servizio agli altri avevano finito per assordare il cuore. Come indurisce il cuore la coscienza isolata! Giona non sapeva più come Dio conduceva il suo popolo con cuore di Padre".
"In tanti ci possiamo identificare con Giona", interloquì l'intervistatrice.
Bergoglio: "Le nostre certezze possono diventare un muro, un carcere che imprigiona lo Spirito Santo. Colui che isola la sua coscienza dal cammino del popolo di Dio non conosce l’allegria dello Spirito Santo che sostiene la speranza. È il rischio che corre la coscienza isolata. Di coloro che dal chiuso mondo delle loro Tarsis si lamentano di tutto o, sentendo la propria identità minacciata, si gettano in battaglie per essere alla fine ancor più autoccupati e autoreferenziali".
"Che cosa si dovrebbe fare?".
Bergoglio: "Guardare la nostra gente non per come dovrebbe essere ma per com’è e vedere cosa è necessario. Senza previsioni e ricette ma con apertura generosa. Per le ferite e le fragilità Dio parlò. Permettere al Signore di parlare. Perché in un mondo che non riusciamo a interessare con le parole che noi diciamo, solo la Sua presenza che ci ama e ci salva può interessare. Il fervore apostolico si rinnova se siamo testimoni di Colui che ci ha amato per primo".
Ultima domanda: "Per lei, quindi, qual è la cosa peggiore che può accadere nella Chiesa?".
Bergoglio: "È quella che Henri De Lubac chiama 'mondanità spirituale'. È il pericolo più grande per la Chiesa, per noi, che siamo nella Chiesa. 'È peggiore – dice De Lubac –, più disastrosa di quella lebbra infame che aveva sfigurato la Sposa diletta al tempo dei papi libertini'. La mondanità spirituale è mettere al centro sé stessi. È quello che Gesù vede in atto tra i farisei: 'Voi che vi date gloria. Che date gloria a voi stessi, gli uni agli altri'".
La parola "mondanità" è tornata più volte, come pericolo anche per "preti, vescovi, cardinali, papi", nella prima omelia pronunciata da Bergoglio dopo la sua elezione a papa, nella Cappella Sistina.

Ma nell'intervista sopra citata c'era anche un altro passaggio nel quale l'allora arcivescovo di Buenos Aires delineava la missione della Chiesa e ne denunciava le tentazioni "gnostiche" e "autoreferenziali".
Alla domanda su che cosa Bergoglio avrebbe voluto dire al papa e ai cardinali nel concistoro del 24 novembre 2007, al quale non poté partecipare, l'intervista così proseguiva:
R. – Avrei parlato di due cose delle quali in questo momento si ha bisogno, si ha più bisogno: misericordia e coraggio apostolico.
D. – Cosa significano per lei?
R. – Per me il coraggio apostolico è seminare. Seminare la Parola. Renderla a quell'uomo e a quella donna per i quali è data. Dare loro la bellezza del Vangelo, lo stupore dell’incontro con Gesù. E lasciare che sia lo Spirito Santo a fare il resto. È il Signore, dice il Vangelo, che fa germogliare e fruttificare il seme.
D. – Insomma, chi fa la missione è lo Spirito Santo.
R. – I teologi antichi dicevano: l’anima è una navicella a vela, lo Spirito Santo è il vento che soffia nella vela per farla andare avanti, gli impulsi e le spinte del vento sono i doni dello Spirito. Senza la sua spinta, senza la sua grazia, noi non andiamo avanti. Lo Spirito Santo ci fa entrare nel mistero di Dio e ci salva dal pericolo di una Chiesa gnostica e dal pericolo di una Chiesa autoreferenziale, portandoci alla missione.
D. – Ciò significa vanificare anche tutte le vostre soluzioni funzionaliste, i vostri consolidati piani e sistemi pastorali…
R. – Non ho detto che i sistemi pastorali siano inutili. Anzi. Di per sé tutto ciò che può condurre per i cammini di Dio è buono. Ai miei sacerdoti ho detto: 'Fate tutto quello che dovete, i vostri doveri ministeriali li sapete, prendetevi le vostre responsabilità e poi lasciate aperta la porta'. I nostri sociologi religiosi ci dicono che l’influsso di una parrocchia è di seicento metri intorno a questa. A Buenos Aires ci sono circa duemila metri tra una parrocchia e l’altra. Ho detto allora ai sacerdoti: 'Se potete, affittate un garage e, se trovate qualche laico disposto, che vada! Stia un po’ con quella gente, faccia un po’ di catechesi e dia pure la comunione se glielo chiedono'. Un parroco mi ha detto: 'Ma padre, se facciamo questo la gente poi non viene più in chiesa'. 'Ma perché?', gli ho chiesto: 'Adesso vengono a messa?'. 'No', ha risposto. E allora! Uscire da sé stessi è uscire anche dal recinto dell’orto dei propri convincimenti considerati inamovibili se questi rischiano di diventare un ostacolo, se chiudono l’orizzonte che è di Dio.
D. – Questo vale anche per i laici…
R. – La loro clericalizzazione è un problema. I preti clericalizzano i laici e i laici ci pregano di essere clericalizzati. È proprio una complicità peccatrice. E pensare che potrebbe bastare il solo battesimo. Penso a quelle comunità cristiane del Giappone che erano rimaste senza sacerdoti per più di duecento anni. Quando tornarono i missionari li ritrovarono tutti battezzati, tutti validamente sposati per la Chiesa e tutti i loro defunti avevano avuto un funerale cattolico. La fede era rimasta intatta per i doni di grazia che avevano allietato la vita di questi laici che avevano ricevuto solamente il battesimo e avevano vissuto anche la loro missione apostolica in virtù del solo battesimo. Non si deve aver paura di dipendere solo dalla tenerezza di Dio.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

The Name of Francis, the Rule of St. Ignatius, and the Example of Jonah

The new pope tells how and why he chose to go by the name of the saint of Assisi. But already he has recalled the founder of the Society of Jesus as well. And like the prophet, he wants to preach to the modern Nineveh the forgiveness of God. A revealing interview

by Sandro Magister

ROME, March 16, 2013 – For the six thousand journalists packed into the audience hall this morning, Jorge Mario Bergoglio had news.

He recounted how and why it came into his mind to select as pope the name of Francis, precisely as in the conclave the votes were falling to him:

"At the election, I had beside me the archbishop emeritus of São Paulo and also prefect emeritus of the congregation for the clergy, Cardinal Claudio Hummes: a great friend, a great friend! When the thing was becoming a bit dangerous, he comforted me. And when the votes rose to two thirds, the usual applause came, because the pope had been elected. And he embraced me, he kissed me and said: 'Do not forget the poor!' And that word entered here: the poor, the poor. Then I thought of the wars, while the scrutiny continued, until the last of the votes. And in this way the name came, in my heart: Francis of Assisi. He is for me the man of poverty, the man of peace, the man who loves and cares for creation; at this time we as well have with creation a relationship that is not so good, no? He is the man who gives us the spirit of peace, the poor man... Ah, how I would like a Church that is poor and for the poor!”

And he concluded:

"Afterward, some [cardinals] made various remarks. ' But you should have called yourself Adrian, because Adrian VI was the reformer, there must be reform. . . .' And another told me: 'No, no: your name should be Clement.' But why? 'Clement XV: this is how you avenge yourself against Clement XIV, who suppressed the Society of Jesus!'"

By the irony of fate, Clement XIV, the pope who in the eighteenth century closed the order of the Jesuits to which Bergoglio belongs, was a Franciscan.

Pope Francis, in his first days as pope, has not however neglected to recall also the founder of his order, St. Ignatius of Loyola.

On March 15, at the Mass that he celebrated early in the morning in the chapel of Domus Sanctae Martae together with a few cardinals, he improvised a brief homily.

In it he cited St. Ignatius where in the rules of discernment he advises that “in the time of desolation changes should never be made, but one should remain firm and constant in the resolutions and decisions that one made in the time of consolation.”

Otherwise - he added - if one gives in and withdraws, when the Lord again makes himself visible “one risks being found no more.”

Shortly before, during the Mass, there had been a reading from the book of Wisdom in which the wicked want to put to the test the just man “with violence and torment, to know his meekness and try his patience.” But they “do not know the mysterious secrets of God, nor do they believe in a reward for a life irreproachable.”

On the demand contained in this last word, “irreproachable,” the pope insisted strongly.

This brief homily has not been made public. But it was reported by Cristiana Caricato on ilsussidiario.net, employing the confidence of a cardinal who had celebrated Mass with the pope.

But in addition to Francis of Assisi and St. Ignatius, in the “heaven” of Jorge Mario Bergoglio there also shines the prophet Jonah.

In a 2007 interview with the international magazine “30 Days,” highly revealing on how he sees his mission as pastor of the Church, the then-archbishop of Buenos Aires suddenly asked the interviewer, Stefania Falasca:

"Do you know the biblical episode of the prophet Jonah?".

"I don’t remember it. Tell us", the interviewer replied.

And Bergoglio:

"Jonah had everything clear. He had clear ideas about God, very clear ideas about good and evil. On what God does and on what He wants, on who was faithful to the Covenant and who instead was outside the Covenant. He had the recipe for being a good prophet. God broke into his life like a torrent. He sent him to Nineveh. Nineveh was the symbol of all the separated, the lost, of all the peripheries of humanity. Of all those who are outside, forlorn. Jonah saw that the task set on him was only to tell all those people that the arms of God were still open, that the patience of God was there and waiting, to heal them with His forgiveness and nourish them with His tenderness. Only for that had God sent him. He sent him to Nineveh, but he instead ran off in the opposite direction, toward Tarshish".

"Running away from a difficult mission…" said the interviewer.

"No. What he was fleeing was not so much Nineveh as the boundless love of God for those people. It was that that didn’t come into his plans. God had come once… 'and I’ll see to the rest': that’s what Jonah told himself. He wanted to do things his way, he wanted to steer it all. His stubbornness shut him in his own structures of evaluation, in his pre-ordained methods, in his righteous opinions. He had fenced his soul off with the barbed wire of those certainties that instead of giving freedom with God and opening horizons of greater service to others had finished by deafening his heart. How the isolated conscience hardens the heart! Jonah no longer knew that God leads His people with the heart of a Father".

"A great many of us can identify with Jonah", the interviewer remarked.

Bergoglio: "Our certainties can become a wall, a jail that imprisons the Holy Spirit. Those who isolate their conscience from the path of the people of God don’t know the joy of the Holy Spirit that sustains hope. That is the risk run by the isolated conscience. Of those who from the closed world of their Tarshish complain about everything or, feeling their identity threatened, launch themselves into battles only in the end to be still more self-concerned and self-referential".

"What should one do?"

Bergoglio: "Look at our people not for what they should be but for what they are and see what is necessary. Without preconceptions and recipes but with generous openness. For the wounds and the frailty God have spoken. Allowing the Lord to speak… In a world that we can’t manage to interest with the words we say, only His presence that loves us, saves us, can be of interest. Apostolic fervor renews itself in order to testify to Him who has loved us from the beginning".

Last question: "For you, then, what is the worst thing that can happen in the Church?"

Bergoglio: "It is what De Lubac calls 'spiritual worldliness'. It is the greatest danger for the Church, for us, who are in the Church. 'It is worse', says De Lubac, 'more disastrous than the infamous leprosy that disfigured the dearly beloved Bride at the time of the libertine popes'. Spiritual worldliness is putting oneself at the center. It is what Jesus saw going on among the Pharisees: 'You who glorify yourselves. Who give glory to yourselves, the ones to the others'".

The word “worldliness” was used several times, as a danger also for “priests, bishops, cardinals, popes,” in the first homily delivered by Bergoglio after his election as pope, in the Sistine Chapel:

But in the interview cited above there is also another passage in which the then-archbishop of Buenos Aires delineated the mission of the Church and denounced its “gnostic and self-referential” threats.

To the question about what Bergoglio would have said to the pope and the cardinals at the consistory of November 24, 2007, in which he was unable to participate, the interviewee continued as follows:

A: I would have spoken about two things of which there is need in this moment, there is more need: mercy and apostolic courage.

Q: What do they mean to you?

A: To me apostolic courage is disseminating. Disseminating the Word. Giving it to that man and to that woman for whom it was bestowed. Giving them the beauty of the Gospel, the amazement of the encounter with Jesus… and leaving it to the Holy Spirit to do the rest. It is the Lord, says the Gospel, who makes the seed sprout and bear fruit.

Q: In short, it is the Holy Spirit who performs the mission.

A: The early theologians said: the soul is a kind of sailing boat, the Holy Spirit is the wind that blows in the sail, to send it on its way, the impulses and the force of the wind are the gifts of the Spirit. Without His drive, without His grace, we don’t move forward. The Holy Spirit lets us enter the mystery of God and saves us from the danger of a gnostic Church and from the danger of a self-referential Church, leading us to mission.

Q: That means also overthrowing all your functionalist solutions, your consolidated plans and pastoral systems…

A: I didn’t say that pastoral systems are useless. On the contrary. In itself everything that leads by the paths of God is good. I have told my priests: 'Do everything you should, you know your duties as ministers, take your responsibilities and then leave the door open.' Our sociologists of religion tell us that the influence of a parish has a radius of six hundred meters. In Buenos Aires there are about two thousand meters between one parish and the next. So I then told the priests: 'If you can, rent a garage and, if you find some willing layman, let him go there! Let him be with those people a bit, do a little catechesis and even give communion if they ask him.' A parish priest said to me: 'But Father, if we do this the people then won’t come to Church.' 'But why?' I asked him: 'Do they come to Mass now?' 'No,' he answered. And so! Coming out of oneself is also coming out from the fenced garden of one’s own convictions, considered irremovable, if they risk becoming an obstacle, if they close the horizon that is also of God.

Q: This is valid also for lay people…

A: Their clericalization is a problem. The priests clericalize the laity and the laity beg us to be clericalized… It really is sinful abetment. And to think that baptism alone could suffice. I’m thinking of those Christian communities in Japan that remained without priests for more than two hundred years. When the missionaries returned they found them all baptized, all validly married for the Church and all their dead had had a Catholic funeral. The faith had remained intact through the gifts of grace that had gladdened the life of a laity who had received only baptism and had also lived their apostolic mission by virtue of baptism alone. One must not be afraid of depending only on His tenderness.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Le nom de François, la règle de saint Ignace et l'exemple de Jonas

Le nouveau pape dit comment et pourquoi il avait choisi de s'appeler comme le saint d’Assise. Mais il s'est déjà référé aussi au fondateur de la Compagnie de Jésus. Et comme le prophète, il veut prêcher à la Ninive moderne le pardon de Dieu. Une interview révélatrice

par Sandro Magister

ROME, le 16 mars 2013 – Ce matin, Jorge Mario Bergoglio a donné une information aux six mille journalistes qui remplissaient la salle d’audience.

Il a raconté comment et pourquoi l’idée lui était venue de choisir en tant que pape le nom de François, précisément pendant que, en conclave, les voix des cardinaux se portaient sur lui :

"Pendant l’élection, j’avais à côté de moi l’archevêque émérite de São Paulo, qui est également préfet émérite de la congrégation pour le clergé, le cardinal Claudio Hummes : un grand ami, un grand ami ! Quand les choses sont devenues un peu dangereuses, il m’a réconforté. Et quand les voix ont atteint les deux tiers, il y a eu les applaudissements habituels parce que le pape était élu. Et il m’a pris dans ses bras, m’a embrassé et m’a dit : 'N’oublie pas les pauvres !'. Et ce mot est entré ici : les pauvres, les pauvres. Alors, tout de suite, en relation avec les pauvres, j’ai pensé à François d’Assise. Puis j’ai pensé aux guerres, tandis que le scrutin progressait, jusqu’à la dernière voix. Et François est l’homme de la paix. C’est comme cela que le nom est venu dans mon cœur : François d’Assise. Pour moi, c’est l’homme de la pauvreté, l’homme de la paix, l’homme qui aime et protège la création ; actuellement nous avons, nous aussi, une relation avec la création qui n’est pas très bonne, non ? C’est l’homme qui nous donne cet esprit de paix, l’homme pauvre... Ah, comme je voudrais une Église pauvre et pour les pauvres !".

Et il a terminé par ces mots :

"Ensuite, certains [cardinaux] ont lancé des boutades. 'Mais tu devrais prendre Adrien comme nom, parce qu’Adrien VI a été un réformateur et qu’il faut faire des réformes…'. Et un autre m’a dit : 'Non, non : ton nom devrait être Clément'. 'Mais pourquoi ?'. 'Clément XV : comme cela, tu te venges de Clément XIV qui a supprimé la Compagnie de Jésus !'".

Ironie du sort, Clément XIV, le pape qui, au XVIIIe siècle, supprima l'ordre des jésuites auquel appartient Bergoglio, était franciscain.

Toutefois, le pape François, dans ses première journées en tant que pape, n’a pas manqué de se référer aussi au fondateur de son ordre, saint Ignace de Loyola.

Le 15 mars, au cours de la messe qu’il a célébrée de bon matin à la chapelle de la Domus Sanctæ Martæ avec quelques cardinaux, il a improvisé une brève homélie.

Il y a cité saint Ignace qui, dans les règles du discernement, conseille “au temps de la désolation, de ne faire aucun changement, mais de demeurer ferme et constant dans ses résolutions et dans la détermination où l’on était au temps de la consolation”.

Sans quoi – a-t-il ajouté –si l’on cède et si l’on s’éloigne, lorsque le Seigneur se rend à nouveau visible "il risque de ne plus nous trouver".

Peu de temps auparavant, pendant cette messe, on avait lu le passage du livre de la Sagesse dans lequel les impies veulent mettre le juste à l’épreuve "par des outrages et des tourments, pour connaître sa douceur et voir à l’œuvre sa résignation". Mais ils "ignorent les mystérieux secrets de Dieu et n’attendent pas de rémunération pour une vie irréprochable".

Le pape a fortement insisté sur l’exigence contenue dans ce dernier mot, "irréprochable"

Cette brève homélie n’a pas été rendue publique. Mais Cristiana Caricato en a parlé sur le site ilsussidiario.net en s’appuyant sur les confidences d’un cardinal qui avait célébré la messe avec le pape.

Mais, en plus de François d'Assise et de saint Ignace, un autre personnage brille dans le "ciel" de Jorge Mario Bergoglio : le prophète Jonas.

Dans une interview qu’il avait accordée en 2007 à la revue internationale "30 Jours" et qui est très révélatrice de sa manière d’envisager sa mission de pasteur de l’Église, celui qui était alors archevêque de Buenos Aires demanda soudain à Stefania Falasca, qui l’interviewait :

"Connaissez-vous l’épisode biblique du prophète Jonas?".

"Non, je ne me le rappelle pas. Racontez-le-moi", répondit la journaliste.

Et Bergoglio d’expliquer :

"Pour Jonas, tout était clair. Il avait des idées claires à propos de Dieu, des idées très claires à propos du bien et du mal. À propos de ce que Dieu fait et de ce qu’Il veut, de ceux qui étaient fidèles à l’Alliance et de ceux qui, au contraire, étaient en dehors de l’Alliance. Il avait la recette pour être un bon prophète. Dieu fait irruption dans sa vie comme un torrent. Il l’envoie à Ninive. Ninive est le symbole de tous ceux qui sont séparés, perdus, de toutes les périphéries de l’humanité. De tous ceux qui sont en dehors, loin. Jonas a vu que la tâche qui lui était confiée consistait seulement à dire à tous ces hommes que les bras de Dieu étaient encore ouverts, que la patience de Dieu était là en attente, pour les guérir par Son pardon et les nourrir de Sa tendresse. Dieu ne l’avait envoyé que pour cela. Il l’envoyait à Ninive, mais lui, il s’est enfui du côté opposé, vers Tarsis".

"Il s’est enfui devant une mission difficile…", nota la journaliste.

"Non. Ce qu’il fuyait, ce n’était pas tant Ninive que l’amour sans mesure de Dieu pour les hommes. C’était cela qui ne rentrait pas dans ses plans. Dieu est venu une fois… 'et pour le reste, c’est moi qui m’en occupe', voilà ce que s’était dit Jonas. Il voulait faire les choses à sa façon, il voulait tout diriger lui-même. Sa ténacité l’enfermait dans ses jugements inébranlables, dans ses méthodes préétablies, dans ses opinions correctes. Il avait enfermé son âme dans les barbelés des certitudes qui, au lieu de donner de la liberté avec Dieu et d’ouvrir des horizons de plus grand service aux autres, avaient fini par rendre son cœur sourd. Comme la conscience isolée endurcit le cœur ! Jonas ne savait plus que Dieu conduisait son peuple avec un cœur de Père".

"Nous sommes très nombreux à pouvoir nous identifier à Jonas", remarqua la journaliste.

Bergoglio : "Nos certitudes peuvent devenir un mur, une prison qui enferme l’Esprit Saint. Celui qui isole sa conscience et la laisse en dehors du chemin du peuple de Dieu ne connaît pas la joie de l’Esprit Saint qui soutient l’espérance. C’est le risque que court la conscience isolée. La conscience de ceux qui, depuis le monde fermé de leurs Tarsis, se plaignent de tout ou, sentant leur identité menacée, se jettent dans la mêlée pour, finalement, être encore plus occupés d’eux-mêmes, faire encore plus référence à eux-mêmes".

"Que faudrait-il faire?".

Bergoglio : "Voir les gens non comme ils devraient être mais comme ils sont et voir ce qui est nécessaire. Sans prévisions et sans recettes mais avec une ouverture généreuse. Pour les blessures et les fragilités, Dieu a parlé. Permettre au Seigneur de parler… Dans un monde que nous ne réussissons pas à intéresser par nos paroles, seule Sa présence qui nous aime et nous sauve peut intéresser. La ferveur apostolique se rénove pour témoigner de Celui qui nous a aimés en premier".

Dernière question : "Pour vous, donc, quelle est la pire chose qui puisse arriver à l’Église?".

Bergoglio : "C’est ce que de Lubac appelle la 'mondanité spirituelle'. C’est le plus grand danger pour l’Église, pour nous qui sommes dans l’Église. 'Elle est pire', dit de Lubac, 'plus désastreuse que cette lèpre infâme qui avait défiguré l’Épouse aimée au temps des papes libertins'. La mondanité spirituelle, c’est se mettre au centre. C’est ce que Jésus voit faire aux pharisiens: 'Vous qui vous glorifiez. Qui vous glorifiez vous-mêmes, les uns les autres'".

Le mot "mondanité" a été prononcé à plusieurs reprises, pour évoquer un danger qui menace aussi les "prêtres, évêques, cardinaux, papes", au cours de la première homélie prononcée par Bergoglio, après qu’il eut été élu pape, à la Chapelle Sixtine :

Mais il y avait aussi, dans l’interview qui vient d’être citée, un autre passage dans lequel celui qui était alors archevêque de Buenos Aires définissait la mission de l’Église et en dénonçait les dangers "gnostiques et autoréférentiels".

Dans la suite de l’interview, interrogé à propos de ce qu’il aurait dit au pape et aux cardinaux lors du consistoire du 24 novembre 2007, auquel il n’avait pas pu participer, Bergoglio répondit ceci :

R. – J’aurais parlé de deux choses dont on a besoin en ce moment, celles dont on a le plus besoin : la miséricorde et le courage apostolique.

D. – Qu’est-ce que cela signifie pour vous?

R. – Pour moi, le courage apostolique, c’est semer. Semer la Parole. La rendre à ceux et à celles pour qui elle est donnée. Leur donner la beauté de l’Évangile, l’émerveillement de la rencontre avec Jésus… et laisser l’Esprit Saint faire le reste. C’est le Seigneur, dit l’Évangile, qui fait germer et fructifier le grain.

D. – En somme, c’est l’Esprit Saint qui accomplit la mission.

R. – Les anciens théologiens disaient : l’âme est une sorte de bateau à voile, l’Esprit Saint est le vent qui souffle dans la voile et le fait avancer, l’élan et la force qui viennent du vent sont les dons de l’Esprit. Sans l’élan qu’Il donne, sans Sa grâce, nous n’avançons pas. L’Esprit Saint nous fait entrer dans le mystère de Dieu et nous sauve du danger d’une Église gnostique et du danger d’une église autoréférentielle, en nous conduisant à la mission.

D. – Vous retirez ainsi toute efficacité à vos solutions fonctionnelles, à vos plans et systèmes pastoraux…

R. – Je n’ai pas dit que les systèmes pastoraux sont inutiles. Au contraire. En soi, tout ce qui peut conduire sur les chemins de Dieu est bon. J’ai dit à mes prêtres : «Faites tout ce que vous devez, accomplissez vos devoirs ministériels, vous les connaissez, assumez vos responsabilités et puis laissez la porte ouverte». Nos sociologues religieux nous disent que l’influence d’une paroisse se fait sentir dans un rayon de six cents mètres. À Buenos Aires, il y a environ deux mille mètres entre une paroisse et l’autre. J’ai alors dit aux prêtres: «Si vous le pouvez, louez un garage et, si vous trouvez un laïc disponible, qu’il y aille. Qu’il soit un peu avec les gens, qu’il fasse un peu de catéchèse et qu’il donne même la communion, si on la lui demande». Un curé m’a dit : «Mais Père, si nous nous comportons de cette façon, alors les gens ne viendront plus à l’église». «Mais pourquoi?», lui ai-je demandé : «En ce moment, ils viennent à la messe?». «Non», a-t-il répondu. Et alors ? Sortir de soi-même, c’est aussi sortir de l’enclos de ses convictions considérées comme inamovibles, si celles-ci risquent de devenir un obstacle, si elles ferment l’horizon qui est celui de Dieu.

D. – Cela est également valable pour les laïcs...

R. – Leur cléricalisation est un problème. Les prêtres cléricalisent les laïcs et les laïcs nous demandent d’être cléricalisés… C’est vraiment une complicité pécheresse. Et quand on pense que le baptême seul pourrait suffire. Je pense à ces communautés chrétiennes du Japon qui sont restées sans prêtre pendant plus de deux cents ans. Quand les missionnaires sont revenus, ils ont retrouvé tous les membres de ces communautés baptisés, mariés de façon valide pour l’Église, et tous les morts enterrés avec des funérailles catholiques. Les dons de grâce, source de joie, avaient conservé intacte la foi de ces laïcs qui avaient seulement reçu le baptême et avaient vécu leur mission apostolique en fonction de ce seul baptême. Il ne faut pas avoir peur de dépendre seulement de Sa tendresse.

-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

El nombre de Francisco, la regla de San Ignacio y el ejemplo de Jonás

El nuevo Papa dice cómo y porqué ha elegido llamarse como el Santo de Asís, pero ha recordado también al fundador de la Compañía de Jesús. Y como el profeta, quiere predicar a la moderna Nínive el perdón de Dios. Una entrevista reveladora

de Sandro Magister

ROMA, 16 de marzo de 2013 – A los seis mil periodistas que esta mañana llenaban el aula de las audiencias, Jorge Mario Bergoglio les ha dado una noticia.

Ha explicado cómo y porqué ha elegido como Papa el nombre de Francisco, precisamente mientras en el cónclave los votos caían sobre él:

"En la elección tenía junto a mí al arzobispo emérito de Sao Paulo, y también prefecto emérito de la congregación para el clero, el cardenal Claudio Hummes: ¡un gran amigo, un gran amigo! Cuando la cosa se estaba convirtiendo en algo un poco peligroso, él me confortaba. Y cuando los votos alcanzaron los dos tercios, llegó el aplauso porque el Papa había sido elegido. Él me abrazó, me besó y me dijo: '¡No te olvides de los pobres!'. Y esa palabra entró aquí: los pobres, los pobres. Después, inmediatamente, en relación con los pobres pensé en Francisco de Asís. Y después pensé en las guerras, mientras seguía el escrutinio hasta totalizar los votos. Y Francisco es el hombre de la paz. De este modo llegó el nombre a mi corazón: Francisco de Asís. Para mí es el hombre de la pobreza, el hombre de la paz, el hombre que ama y custodia la creación; en este momento, tampoco nosotros tenemos una relación muy buena con la creación, ¿no? Es el hombre que nos da este espíritu de paz, el hombre pobre... ¡Ah, cómo me gustaría una Iglesia pobre y para los pobres!".

Ha concluido así:

"Después, algunos [cardinales] bromearon. 'Pero tu deberías llamarte Adriano, porque Adriano VI fue el reformador, es necesario reformar…'. Y otro me dijo: 'No, no: tu nombre debería ser Clemente'. 'Pero, ¿por qué?'. 'Clemente XV: ¡así te vengas de Clemente XIV, que suprimió la Compañía de Jesús!'".

Por ironía del destino, Clemente XIV, el Papa que en el siglo XVIII suprimió la orden de los jesuitas a la que Bergoglio pertenece, era franciscano.

Sin embargo, el Papa Francisco, en sus primeros días como Papa, no ha dejado de citar también al fundador de su orden, San Ignacio de Loyola.

El 15 de marzo, en la misa que celebró a primera hora de la mañana en la capilla de la Domus Sanctae Martae junto a algunos cardenales, improvisó una breve homilía.

En ella citó a San Ignacio, allí donde éste, en las reglas del discernimiento, aconseja que “en el tiempo de la desolación no se hagan nunca cambios, sino que se permanezca estables y constantes en los propósitos y en las decisiones que se tenían en el tiempo de la consolación”.

De lo contrario – ha añadido –, si se cede y si uno se aleja, cuando el Señor vuelve a hacerse visible "corre el riesgo de no encontrarnos".

Poco antes, en la misa se había leído en el libro de la Sabiduría el pasaje donde los impíos querían someter al justo "con ultraje y tormento para conocer su temple y probar su entereza". Pero aquellos " no conocen los secretos de Dios, ni creen en el premio de las almas intachables".

Sobre la exigencia que encierra esta última palabra, "intachable", el Papa ha insistido con fuerza.

Esta breve homilía no se ha publicado, pero sobre ella ha dado noticias Cristiana Caricato en el ilsussidiario.net, utilizando la confidencia de un cardenal que había celebrado la misa con el Papa.

Pero además de Francisco de Asís y de San Ignacio, en el "cielo" de Jorge Mario Bergoglio brilla también el profeta Jonás.

En una entrevista de 2007 a la revista internacional "30 Días", muy reveladora sobre cómo ve su misión de pastor de la Iglesia, el entonces arzobispo de Buenos Aires le pregunta repentinamente a la entrevistadora, Stefania Falasca:

"¿Conoce el episodio bíblico del profeta Jonás?".

"No lo recuerdo. Dígame", respondió la entrevistadora.

Y Bergoglio:

"Jonás lo tenía todo claro. Tenía ideas claras sobre Dios, ideas muy claras sobre el bien y el mal. Sobre cómo actúa Dios y qué es lo que quiere en cada momento; sobre quiénes son fieles a la alianza y quiénes no. Tenía la receta para ser un buen profeta. Dios irrumpe en su vida como un torrente y lo envía a Nínive. Nínive es el símbolo de todos los separados, alejados y perdidos, de todas las periferias de la humanidad. Jonás vio que se le confiaba la misión de recordar a toda aquella gente que los brazos de Dios estaban abiertos y esperando que volvieran para curarlos con su perdón y alimentarlos con su ternura. Sólo para esto lo había enviado. Dios lo mandaba a Nínive, y él se marchó en dirección contraria, a Tarsis".

"Huye frente a una misión difícil…", dice la entrevistadora.

"No. No huía tanto de Nínive, sino del amor desmesurado de Dios por esos hombres. Esto era lo que no cuadraba con sus planes. Dios había venido una vez… 'de lo demás me ocupo yo': se dijo Jonás. Quería hacer las cosas a su manera, quería dirigirlo todo él. Su pertinacia lo hacía prisionero de sí mismo, de sus puntos de vista, de sus valoraciones y sus métodos. Había cercado su alma con el alambrado de esas certezas que, en vez de dar libertad con Dios y abrir horizontes de mayor servicio a los demás, terminan por ensordecer el corazón. ¡Cómo endurece el corazón la conciencia aislada! Jonás no sabía de la capacidad de Dios de conducir a su pueblo con su corazón de Padre".

"Son muchos los que se pueden identificar con Jonás", intervino la entrevistadora.

Bergoglio: "Nuestras certezas pueden convertirse en un muro, en una cárcel que aprisiona al Espíritu Santo. Quien aísla su conciencia del camino del pueblo de Dios no conoce la alegría del Espíritu Santo que sostiene la esperanza. Es el riesgo que corre la conciencia aislada. De aquellos que desde el mundo cerrado de sus Tarsis se quejan de todo o, sintiendo su propia identidad amenazada, emprenden batallas para sentirse más ocupados y autorreferenciales".

"¿Qué habría que hacer?".

Bergoglio: "Posar nuestra mirada sobre la gente: para no ver lo que queremos ver, sino aquello que es. Sin previsiones ni recetas, sino con apertura generosa. Dios habló para las heridas y la fragilidad. Permitir que el Señor hable… De un modo que no conseguimos crear interés con las palabras que nosotros decimos, solamente su presencia que nos ama y nos salva puede interesar. El fervor apostólico se renueva siendo osados testigos del amor de Aquel que nos amó primero".

Última pregunta: "¿Qué es para usted lo peor que le puede pasar a la Iglesia?".

Bergoglio: "Es lo que De Lubac llamaba 'mundanidad espiritual'. Es el mayor peligro para la Iglesia, para nosotros, que estamos en la Iglesia. 'Es peor', dice De Lubac, 'más desastrosa que la lepra que había desfigurado a la Esposa amada en la época de los papas libertinos'». La mundanidad espiritual es poner en el centro a uno mismo. Es lo que Jesús ve entre los fariseos: 'Vosotros, que aceptáis gloria unos de otros'".

La palabra "mundanidad" ha vuelto varias veces, como peligro también para los "sacerdotes, obispos, cardenales, papas", en la primera homilía pronunciada por Bergoglio tras su elección como Papa, en la Capilla Sixtina.

Pero en la entrevista citada anteriormente, había otro pasaje en el cual el entonces arzobispo de Buenos Aires delineaba la misión de la Iglesia, denunciando los peligros "gnósticos y autorreferenciales".

A la pregunta sobre qué habría dicho Bergoglio al Papa y a los cardenales en el consistorio del 24 de noviembre de 2007, en el cual no pudo participar, la entrevista continuaba así:

R. – Habría hablado de dos cosas que necesitamos en estos momentos, que más falta hacen: misericordia y valor apostólico.

D. – ¿Qué significan para usted?

R. – Para mí el valor apostólico es sembrar. Sembrar la Palabra. Devolvérsela a ese él y a esa ella para los cuales fue dada. Darles la belleza del Evangelio, el asombro del encuentro con Jesús… y dejar que sea el Espíritu Santo quien haga lo demás. Es el Señor, dice el Evangelio, el que hace brotar y fructificar la semilla.

D. – En fin, es el Espíritu Santo quien hace la misión.

R. – Decían los teólogos antiguos: el alma es una especie de barquito de vela, el Espíritu Santo es el viento que sopla en las velas, para que vaya adelante, los impulsos y empujes del viento, son los dones del Espíritu. Sin su impulso, sin su gracia, no vamos adelante. El Espíritu Santo nos hace entrar en el misterio de Dios y nos salva del peligro de una Iglesia gnóstica y del peligro de una Iglesia autorreferencial, llevándonos a la misión.

D. – Esto significa invalidar también todas sus soluciones funcionalistas, y sus consolidados planes y sistemas pastorales…

R. – No he dicho que los sistemas pastorales son inútiles. Al contrario. De por sí todo lo que puede llevar por los caminos de Dios es bueno. Les he dicho a mis sacerdotes: «Hagan todo lo que deben hacer, sus deberes ministeriales los conocen, tómense sus responsabilidades y luego dejen abierta la puerta». Nuestros sociólogos religiosos nos dicen que la influencia de una parroquia es de seiscientos metros a su alrededor. En Buenos Aires hay casi dos mil metros entre una parroquia y otra. Les he dicho entonces a los sacerdotes: «Si pueden, alquilen un garaje y, si encuentran a algún laico disponible, que vaya. Que esté un poco con esa gente, haga un poco de catequesis y que dé incluso la comunión si se lo piden». Un párroco me dijo: «Pero padre, si hacemos esto la gente deja de venir a la iglesia». Le contesté «¿Pero por qué? ¿Vienen a misa ahora?». «No», me dijo. ¡Entonces! Salir de uno mismo es salir también del recinto de las propias convicciones consideradas inalienables si éstas se pueden convertir en un obstáculo, si cierran el horizonte que es de Dios.

D. – Vale también para los laicos…

R. – Su clericalización es un problema. Los curas clericalizan a los laicos y los laicos nos piden que les clericalicemos… Es una complicidad pecadora. Y pensar que podría bastar el bautismo. Pienso en aquellas comunidades cristianas de Japón que se quedaron sin sacerdotes durante más de doscientos años. Cuando volvieron los misioneros vieron que todos estaban bautizados, todos válidamente casados por la Iglesia y todos sus difuntos habían tenido un funeral católico. La fe había permanecido intacta por los dones de gracia que alegraban la vida de estos laicos que habían recibido solamente el bautismo y habían vivido también su misión apostólica en virtud del bautismo. No hay que tener miedo de depender sólo de su ternura.

 

Tag(s) : #FP al gusto dei giorni - Daily

Condividi post

Repost 0